La post-modernità del corpo

Dove eravamo rimasti? …(vedi articolo precedente di Claudia)

Eravamo rimasti al corpo, salvato dal modello cartesiano, fuori dal paradigma di disgiunzione mente/corpo ma non per questo più libero di muoversi, conoscersi, accettarsi e viversi. Esso è tornato ad essere chiuso in una prigione ancora più effimera e falsa, perché le sue sbarre sono oggi invisibili e perché al suo interno non ci sono pareti ne soffitto, punti di riferimento, solo aria e superfici instabili.

La nostra società post-moderna “abita il disincanto”, abita in una realtà complessa, plurale, globale, ampia e cerca di darle un senso utilizzando però paradigmi spesso precari, limitati, ormai arretrati; in questo panorama l’Io è disorientato, vive costantemente con la sensazione di non avere appigli, gravato da responsabilità sempre nuove e anziché crescere, svilupparsi, migliorarsi e migliorare, è costretto a sopravvivere.

Il corpo è la prima dimensione che risente, spesso inconsapevolmente, di questo processo: sebbene sia andata progressivamente aumentando, l’attenzione che oggi gli si rivolge, essa si può definire più di tipo quantitativo che qualitativo ed ecco perché gabbiaritroviamo il corpo scisso e svuotato ancora una volta di significati e potenzialità. La problematicità di questa nuova dicotomia si rispecchia nelle espressioni “Avere corpo” ed “Essere corpo”. “Io sono ciò che ho e se non ho non sono”: il moderno paradigma dell’ ”Avere”, sponsorizzato dai mass-media e non solo, assegna al corpo il ruolo di maschera, scudo e cornice, esalta l’esteriorità, l’estetica e l’apparenza. Tale dimensione non può di certo non essere considerata, perché sicuramente significativa, anzi, è la prima componente che trova subito spazio nella dimensione sociale e crea la relazione; purtroppo però, l’ottica disgiuntiva riemerge, segnando un assolutismo che fa dell’apparenza l’unica dimensione importante: allora si presta attenzione al corpo-immagine così per come appare e non per quello che è, si pensa alla presentazione di se stessi, all’abbellimento e all’esibizione, senza preoccuparsi dei significati profondi, comunicativi ed identificativi ai quali la corporeità è legata. Il corpo moderno oggi vive in un limbo post-adolescenziale, impaurito dal tempo che passa, incapace di dare significato all’invecchiamento, alle esperienze che lo toccano e lo segnano, tenta di nascondere la vita che lo trapassa; è spazio da rimodellare, gonfiare, campo di interventi continui, attraverso i quali omologarsi, luogo da cambiare a tutti i costi e al quale non sono concesse debolezze e del quale non si accettano complessità. Si è passati dal paradigma cartesiano di un corpo sottovalutato, senza voce perché privo della possibilità di fornire conoscenza, al paradigma moderno di un corpo esaltato, trasformato, mascherato, non più compreso ne percepito autenticamente. Nell’atto di conformare il proprio corpo in base ai “nuovi valori da vendere” (bellezza, eterna giovinezza, potenza, velocità ecc.) esso ne esce nuovo ma sterile, perdendo in unicità, espressività ed autenticità; le rughe si appianano, riempite di botulino, una faccia diventa più giovane più bella più liscia… a discapito di tutti quei muscoli facciali-mimici-espressivi che non si possono più muovere, che non raccontano più storie, che non parlano più di gioia, rabbia, tristezza o euforia… si rinuncia a Comunicare (C maiuscola), per apparire..non sarà un prezzo troppo alto?! Tutto è sfuggente, momentaneo, costruito per durare non più di qualche stagione, e anche il corpo segue tale vortice, sottoposto ogni giorno a pressioni che lo rivestono di mode, costumi e tendenze che si scambiano e ricambiano richiedendo adattamenti continui e immediati. Da queste prospettive nascono visioni distorte del reale, mentre aumentano i chili sollevati su bilanciere, i farmaci anti-dolorifici, gli interventi di chirurgia estetica, diminuiscono gli spessori individuali, si appiattiscono i substrati sociali, si sterilizzano  pulsioni, emozioni, relazioni ed esperienze e perdiamo giorno dopo giorno significati e valori. In questo scenario di certo non confortante … tranquilli! Niente paura, una via da percorrere c’è!  E’ un cammino tortuoso, fitto di forme complesse, modelli integrati, strategie dinamiche, relazioni, “interrelazioni ed intrarelazioni”, sistemi alternativi… complesso o forse è più semplice di quanto possiamo pensare…sta a noi scegliere! Immagino però che il panorama al di là della collina, sia, come sempre dopo un lungo viaggio, spettacolare!thumb_bundle-31-liberta-e-schiavitu.650x250_q95_box-0,0,647,247 Immaginazione a parte…. per abbattere la gabbia invisibile che imprigiona il corpo moderno serve una visione olistica, ossia pensare al corpo nella sua globalità, non più separato e sezionato, ma raccolto ed unito, collegando ambiti e potenziali, cercando di non perdere di vista il complesso: Avere ed Essere sperimentati, curati e vissuti entrambi, compresi come dimensioni sinergiche e non antagoniste. Pensare al corpo in senso olistico significa quindi integrare tutti gli aspetti della Persona, considerando l’insieme come un risultato sempre maggiore rispetto alla semplice somma delle parti: il pedagogista Ivano Gamelli scrive chiaramente: “Il nostro corpo è abitato: sangue, ossa, organi, muscoli segnalano una vita interna che non si esaurisce nella sua fisiologia, ma che produce intrecci, sovrapposizioni e risonanze nella propria esperienza emozionale, affettiva, psichica”. Le esigenze reali della nostra società possono trovare un orizzonte di riferimento più efficacie nel paradigma dell’ ”Essere corpo”:  vivere la propria presenza corporea consapevolmente, con tutte le sfumature, i significati e (perché no?) le contraddizioni che ci costituiscono come esseri umani; perciò la vera liberazione del corpo sarebbe imparare ad ascoltarlo, conoscere i suoi limiti e i suoi pregi, i suoi dolori e i suoi entusiasmi, imparare a crescerlo, a nutrirlo, a farlo muovere; riscoprire le sue dimensioni autentiche per instaurare relazioni altrettanto autentiche, per liberare dalla superficialità e dall’economia il rapporto con se stessi e con l’Altro e vivere con lui un contatto e legame profondo, incisivo, carico di potenziale, dove esiste lo scambio e l’arricchimento esperienziale, dove c’è condivisione, integrazione ed empatia. Imparare a vivere nell’autenticità, lasciare che il corpo parli del-per-con il nostro Io…   “In ogni gesto c’è dunque la mia reazione col mondo, il mio modo di vederlo, di sentirlo, la mia eredità, la mia educazione, il mio ambiente, la mia costituzione psicologica. Nella violenza del mio gesto o nella sua delicatezza, nella tonalità decisa o incerta c’è tutta la mia biografia, la qualità del mio rapporto col mondo, il mio modo di offrirmi […] la gestualità crea quell’unità che noi chiamiamo “corpo”, perché non è il corpo che dispone di gesti, ma sono i gesti che fanno nascere un corpo dall’immobilità della carne”. Umberto Galimberti

Le scienze motorie dimostrano che l’attività motoria è un contesto indicato per sperimentare l’”Essere corpo” e l’approccio olistico, non solo perché il corpo è il principale protagonista e destinatario, ma anche perché muoversi implica di per se una dimensione formativa che incide contemporaneamente su tutte le dimensioni che costituiscono l’Io …   Ma quale tipo di attività motoria?  Come e perché?

Questa è ancora un’altra storia…..

www.spaghettifile.com_img_664344Claudia Scialla

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Fornari S., Avere o essere corpo. Il corpo vissuto nell’epoca delle corporeità aleatorie, in F.D’Andrea (a cura di) (2008), Il corpo in gioco. La sfida di un sapere interdisciplinare, Milano, Franco Angeli Editore.
Galimberti U. (1987),Il corpo, Milano, Feltrinelli Editore.
Naccari A. (2012), La mediazione corporea per un’educazione olistica, Milano, Edizioni Angelo Guerini.
Naccari A. (2010), Pedagogia dei cicli di vita in età adulta; comprendere e orientare le crisi e i cambiamenti nel corso dell’esistenza, Edizioni Anicia.
Tesi di laurea, Scienze motorie e sportive, Claudia Santalucia (2011). Tra i fiori, il ciliegio. Tra gli uomini, il guerriero. Il karate come orizzonte di riferimento alternativo alla concezione occidentale del corpo.

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