Oggettivamente corpo

Contro il suo abuso e consumo 

Proviamo ad immaginarci oggetti.
Proviamo a guardarci allo specchio e ad immaginarci come dei bamboli e delle bambole. Scomponibili.
Proviamo a staccare, con l’immaginazione, gambe, braccia e altre parti del corpo a nostro piacimento.
Proviamo ad immaginarci senza menti. Menti, al femminile.
Ora, proviamo a ricostruirci, sempre seguendo l’immaginazione e i gusti più in voga sul mercato. Abbiamo la possibilità di ricomporci con pezzi nuovi di “noi”: possiamo scegliere piedi nuovi,  sederi più sodi, nasi e menti di nostro gradimento. Menti, al maschile.

In questo modo, diveniamo oggetti, ci rendiamo oggetti. I nostri corpi sono oggetti.
Oggettivandoci, ci spezzettiamo, ci allontaniamo, ci scomponiamo, ci rendiamo “altro” da noi e ci rendiamo “cose” per gli altri.

Non credete sia possibile? Purtroppo, questo avviene molto spesso, in particolare con le donne e nelle donne. Qualche esempio.

Aprite una finestra su Google e cliccate su “Immagini”. Scrivete “pubblicità” nella barra e premete “invio”. Soffermatevi a guardare le immagini che vi sono state proposte scorrendo la pagina verso il basso. Non notate niente?
Allora aprite una nuova pagina di Google, cliccate su “Immagini” e inserite nella barra le parole “donne e pubblicità”. Scendete lungo la pagina.
Vi invito a continuare la ricerca, inserendo nel motore le marche più o meno famose di abiti, profumi, articoli di ogni tipo, compresi generi alimentari.

Chiariamo, per prima cosa, che “oggettivare una persona vuol dire considerare la stessa alla stregua di un oggetto, un mero strumento per il raggiungimento di un fine personale, e conduce in sostanza alla negazione della sua dignità umana. […] Quando queste dimensioni corrispondono al corpo e il valore di una persona è stabilito soprattutto sulla base del suo aspetto fisico si parla di oggettivazione sessuale o sessualizzazione.” (Pacilli, 2012)

Come avrete notato nella ricerca su Google, in numerose pubblicità, parti del corpo femminile vengono utilizzate per promuovere i più svariati prodotti.
Questo avviene perché il corpo delle donne è diventato, da tempo, una merce. Lo vediamo esposto in modo ossessivo e degradante nei giornali che sfogliamo; donne, spesso poco più che bambine, seminude e provocanti pubblicizzano qualsiasi tipo di oggetto nei cartelloni disseminati per la città.

Corpi-oggetto e donne-oggetto… nude e seminude, ci vengono mostrate in pose improponibili per alimentare il desiderio di chi possederà quel prodotto. La donna scompare, diviene scomponibile, il suo essere viene dopo il suo apparire e il suo “essere in mostra”. Questa è la donna che la nostra società ci mostra, attraverso la pubblicità, la moda, la televisione.
Esporre le donne in pose sottomesse, in “finti” stupri, con visi pallidi e senza sentimento  legittima, nel profondo, la considerazione delle donne come strumenti e legittima le stesse donne a percepirsi come tali. Le donne, che diventano oggetto di se stesse, guardano ad altre donne come oggetti e ciò avviene a causa di un mercato che desidera strumentalmente il corpo femminile, lo sessualizza e lo scompone, lo mette in mostra, lo gonfia e lo modella a piacimento, lo svilisce, lo violenta, lo stupra “per finzione”, lo priva di vita, di calore e di sensibilità perché lo ritiene un strumento al servizio del desiderio maschio e possessivo.

Scommetto che più di una persona ritiene che tutto ciò sia “normale” e che comunque siano le stesse donne a volersi vendere al mercato dei corpi. Questa “normalità” può essere considerata tale se consideriamo che siamo quotidianamente spettatrici e spettatori di immagini stereotipate di donne che vengono abusate mediaticamente nei modi più subdoli e degradanti.
Penso che sia palese a tutti come il corpo delle donne sia diventato e continui a essere uno strumento al servizio di una logica maschilista, che obbliga le donne a possedere determinati requisiti fisici, per poter provare a realizzarsi nella propria vita.
Non ritengo sia giusto tirarci indietro e pensare “non mi riguarda, chi ha deciso di offrirsi al mercato dei corpi, lo ha fatto per una scelta personale.” No, non è così. Chi ha scelto di “investire” sul proprio corpo, utilizzandolo come uno strumento di “lavoro”, molto spesso ha preso questa decisione perché i media ci mostrano che questa è la normalità, la realtà. Per prendere questa decisione, si voltano le spalle a se stessi e si abbandona la propria autostima per lasciare spazio a ciò che ci viene chiesto di diventare.

Ma come arriviamo e renderci oggetto di noi stessi? Come si arriva a diventare uno strumento nelle mani di chi ne abusa mediaticamente e di chi lo logora, usandolo e smembrandolo secondo le logiche del mercato? A quali conseguenze può portare questo processo?

Tutto questo, dimostrano i ricercatori, avviene perché ci auto-oggettiviamo e dunque interiorizziamo quello sguardo oggettivante con cui la nostra cultura guarda alle donne. L’oggettivazione impariamo a farla nostra, diviene la nostra lente con cui guardare noi stessi e gli altri. In questo modo, il nostro apparire agli altri, a chi ci sta intorno, diviene più importante dello star bene con noi stessi e con noi stesse. Incominciamo a chiederci più spesso “come appaio?” piuttosto di “come mi sento?”

Non è spesso così?

Questo articolo nasce da un lavoro di riflessione di analisi, che ho portato avanti insieme ad un gruppo di donne dalle menti brillanti e coraggiose, sull’uso che viene fatto del corpo della donna da parte dei media e, più in generale, sull’uso che viene fatto del corpo della donna nella nostra società.
Tramite la presa di coscienza delle implicazioni psicologiche che hanno l’oggettivazione e l’auto-oggettivazione e tramite la decostruzione degli stereotipi che i media ci propongono, abbiamo il grande desiderio di liberare dalla gabbia del mercato e del consumo, la donna con la sua integra competenza e dignità.

Vi consiglio di vedere il video dell’artista spagnola Yolanda Dominguez, la quale utilizza l’arte come strumento per decostruire la realtà e la visione della donna che ci viene propinata dai media.

L’arte e il pensiero divergente sono gli strumenti che dovremmo recuperare per le nostre migliori lotte!

Emancipate yourselves from mental slavery,

None but ourselves can free our minds

Martina

Per approfondimenti sull’argomento disponibile on line gratuitamente:
Pacilli, M.G. (2012). Solo per i tuoi occhi…L’auto-oggettivazione sessuale in un’ottica psicosociale. In-Mind Italia, 1, 18–24.

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