C’era una volta Cartesio

C’era una volta un filosofo-matematico di nome Cartesio.
c'era una volta cartesioUn bel giorno il saggio Cartesio decise di applicare la razionalità del metodo scientifico-matematico a qualsiasi ambito del sapere. Iniziò così a girovagare per la Francia raccogliendo qua e là diversi fenomeni; li raccoglieva e poi li separava in due grossi cesti, uno d’oro e uno di legno. Nel cesto d’oro Cartesio metteva tutte le cose che potevano essere razionalmente controllate, che potevano, secondo lui, permettere all’uomo di comprendere la realtà. Per questo le chiamò Res Cogitans, le raccoglieva e le utilizzava come lenti dalle quali osservare e  capire la realtà. Nel cesto di legno invece ci finivano tutte le Res Extensa, la realtà fisica, i sensi, i fenomeni complessi, contraddittori,  e tutto ciò che non poteva essere razionalmente spiegato. Anche la mente ed il corpo, quest’ultimo già un po’ provato dal logos greco e dalla cultura cristiana, vennero definitivamente divisi da Cartesio: la prima finì nel cesto d’oro, il secondo, ahimè, nel cesto di legno.

cartesio imprigiona il corpo

Fu così che la mente prese il sopravvento mentre il corpo divenne solo un’appendice. Così continuò ad essere a lungo nella cultura occidentale, fino a quando alcuni scienziati e studiosi  non iniziarono ad accorgersi che tale teoria in realtà non era efficace ad esprimere il mondo. Il logos e la ragione non bastavano più,  c’era altro e quel qualcos’altro induceva l’uomo a cercare nuovi strumenti per rispondere alle sue domande.

A partire dal ‘700 fu tutto un susseguirsi di ipotesi, studi, teorie, libri, discussioni, chiacchiere e probabilmente anche liti furiose per cercare di abbattere la dicotomia mente/corpo e di liberare quest’ultimo malcapitato dalla sua prigione di legno. Numerosi studiosi fecero nei secoli scoperte scientifiche, mediche e tecnologiche e a poco a poco iniziarono a fare piccoli passi in avanti. Cercavano teorie in grado di riabilitare e salvare il corpo. Soluzioni alternative. Tanti furono gli studi, ma fu soprattutto uno l’avvenimento che dette un bello scossone ai due cestoni d’oro e di legno.  A questo punto della favola dovrebbe arrivare un principe su un cavallo bianco, ed invece no! A salvare il corpo dalla sua lunga prigionia fu piuttosto una bellissima guerriera; arrivò timida ed intensa, affascinante e misteriosa, leggiadra ed incisiva; arrivò, tese una mano in fondo al cesto di legno ed in men che non si dica il corpo saltò fuori, entusiasta, energico e finalmente libero.

emozione

Stop! Fermiamo la storia….cercherò di analizzare il tutto in maniera più approfondita e meno fiabesca!

La cultura occidentale è abituata a categorizzare e attribuire significati in base alla separazione dei concetti. Qui il sapere si spezza, si specializza in tante dimensioni, così che diventa possibile entrare nelle sue corde più profonde e sviscerare significati minuziosi. Questo sicuramente permette di rispondere in maniera specialistica ai più diversi bisogni ed è estremamente utile in alcune circostanze; dovremmo forse riflettere se mettendo così tanto a fuoco non si rischia di perdere troppo di vista il senso generale e la visione d’insieme dei fenomeni che pure sono orizzonti di conoscenza importanti.

 Anche il corpo e la mente  sono stati concepiti, e in alcuni contesti lo sono ancora, come due concetti separati: da una parte la mente, la ragione, la logica, da Cartesio in poi, sono stati ritenuti strumenti unici e totalmente affidabili per studiare e conoscere la realtà; dall’altra il corpo, che proprio a causa della sua complessità e spesso delle contraddizioni che lo muovono, è stato considerato a lungo incapace, secondario, involucro utile solo a contenere, appendice meccanica .  Creare dicotomie è naturale per la specie umana, non facciamocene una colpa! Ma dovremmo forse iniziare a chiederci se agire tramite paradigmi di disgiunzione e categorie sia davvero l’unica soluzione, come se dovessero esserci in qualsiasi circostanza un bianco e un nero, un basso ed un alto, un dentro ed un fuori ai quali appellarsi ed un sacro ed un profano, una notte ed un giorno, un piano  ed un forte tra i quali doversi assolutamente schierare. Ma torniamo al corpo e ai suoi significati.

Antonio Damasio, neurologo, neuro scienziato, psicologo portoghese, nel 1995 scrisse “L’errore di Cartesio”, dove riportò una serie di casi-studio di pazienti che presentavano disturbi neurologici. Questi soggetti riportavano lesioni in una determinata area encefalica: le loro abilità cognitive erano normali, sapevano fare calcoli, parlare, ricordare, formulare pensieri; riscontravano invece un’enorme difficoltà nel prendere decisioni: “Le scelte di questi pazienti sono tanto sbagliate perché essi hanno perso la possibilità di accedere alla propria memoria emozionale” …ecco qua! L’emozione! è lei a permettere il fenomeno razionale della scelta. Infatti se viene compromessa la connessione di circuiti di collegamento tra i lobi frontali e l’amigdala, l’individuo non è più in grado di provare un’emozione circa l’evento e rimane ostaggio immobile dell’indecisione e spesso dell’errore. Allora l’emozione è importante per prendere decisioni ma, vi chiederete, cosa c’entra con  il corpo?

Il corpo è il “Luogo dell’emozione”, luogo in cui si genera e si manifesta attraverso segni visibili. Banalizzando in maniera imbarazzante:  la rabbia ci fa stingere i pugni e colpire oggetti, la paura ci fa spalancare gli occhi, la felicità ci fa sorridere e così via. Come sempre, la complessità si insinua in ogni parte e dobbiamo farci i conti, ed infatti il corpo luogo di emozione NON E’ SOLO QUESTO: l’emozione non è solo un fenomeno che nasce dall’immediatezza dei sensi, non è così istintiva come ci si potrebbe aspettare; essa stessa è parte fondamentale del processo cognitivo perché nasce dalla capacità di creare associazioni e valutazioni rispetto ad una situazione. Esempio: vediamo (con gli occhi) un fenomeno qualsiasi, esso si proietta in noi, viene interiorizzato, le nostre cellule nervose lo elaborano, nasce l’emozione, la possiamo manifestare con reazioni corporee e possiamo  prendere infine una decisione sul fenomeno stesso.

  Questa è la prova che corpo e mente, che Cartesio aveva costretto in due mondi lontani, alla fin fine non sono poi così distanti; anzi, diventa addirittura difficile distinguere le realtà sensoriali da quelle cognitive o quelle biologiche da quelle emotive. È la prova con la quale Damasio dimostrò l’errore di Cartesio. Tra corpo e mentre non c’è separazione, ma integrazione; non ci sono categorie ma equilibri.

Non solo, ma un corpo emozionato è un corpo che comunica, un corpo che si fa tramite di concetti ed esperienze, un corpo che si esprime ed è presenza ed apertura nei confronti dell’Altro. Si apre sulla società e al tempo stesso si apre sull’individuo per la società e che per queste sue potenzialità deve essere del tutto. Questo non vuol dire che si passa da un estremo all’altro: paradigma in cui il comportamento umano è guidato solo dalle emozioni, la mente rimane il filtro e il controllore. Ma corpo e mente sono usciti entrambi dai cesti nei quali Cartesio li aveva chiusi, sono usciti e si trovano alla pari uno di fronte all’altro, uno per l’altro, uno con l’altro. I contorni, i limiti e i confini si confondono, creando reciprocità e continuità tra i due contesti. In una sola parola, anzi due, COMPLESSITA’ ED EQUILIBRIO.

È quindi evidente che SE e QUANDO si concedono al corpo (e al movimento) spazio e tempi opportuni, questi possono avere significati diversi dal solito e diventare orizzonti dai quali far nascere un oceano di possibilità e soluzioni per il soggetto e per la sua società, o se vogliamo per la comunità e le sue Persone. Ma il problema sono proprio questo “SE”e questo “QUANDO”.

E qui inizia la seconda parte della storia: il corpo è stato liberato, rivalutato, riscattato, ma vive una nuova crisi, dovuta a nuove dicotomie. La nostra società post-moderna, tra le sue varie pecche, conta anche lo spiacevole primato di aver schiacciato, appiattito, reso sterile, tolto significati profondi (anche) al corpo, in nome di fenomeni tipici della nostra epoca: esteriorità, apparenza, chirurgia, consumismo, convenienza, velocità, economia e in nome di tutti quei “valori” che Galimberti chiama “nuovi valori da vendere” «Paradossalmente questa “scoperta del corpo”, che si vuole presentare come premessa per la sua liberazione, è utilizzata per liquidarlo definitivamente nell’ingranaggio del sistema […], non contenta di sfruttare del corpo la sua forza-lavoro, ne sfrutta anche la forza del desiderio, allucinandolo con quegli ideali di bellezza, giovinezza, salute, sessualità che sono poi i nuovi valori da vendere» (tratto da “Il corpo” di Umberto Galimberti).

corpo pstmoderno

Il corpo è stato liberato dai vecchi paradigmi ma esce comunque sconvolto da quest’epoca, svuotato, spezzato ed ancora una volta ridotto…….. Da che cosa e come? Questa è già un’altra storia.

Claudia Scialla

Fumetti: Toz

casa cartesio

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