Cena al buio.

Immaginate una stanza completamente al buio. Non una sola luce, neanche quella del cellulare.
Immaginate di non sapere che forma abbia la stanza, quanto possa essere grande, quante persone ci siano dentro.
Immaginate dei  tavoli e voi seduti lì insieme a persone di cui non conoscete il volto.

Bene,  è la situazione in cui ci siamo ritrovate una nostra compagna ed io qualche sabato fa.
Si trattava di una cena al buio organizzata da un’associazione sportiva di non vedenti per far provare alle persone, almeno una volta nella vita, cosa significa vedere solo le sfumature  del  nero.

Per organizzare questa cena ci era stata riservata un’apposita sala completamente immersa nell’oscurità. Siamo stati divisi in gruppi casuali, senza che ci conoscessimo reciprocamente, e ogni gruppo è  stato accompagnato dai camerieri del proprio tavolo (ovviamente non vedenti) in questa sala, in modo tale che, scendendo le scale che ci separavano da essa, fossimo immersi gradualmente nel  buio più totale.
Dopo averci posizionato ognuno al proprio posto, hanno lasciato che fossimo noi ad “esplorare” il tavolo cercando di capire che forma avesse, in quanti fossimo seduti lì e dove si trovassero le bottiglie d’acqua. Insomma, non potevamo avere nessun tipo di informazione, dovevamo essere noi da soli a capire come muoverci. E, soprattutto, dovevamo imparare a conoscerci senza poterci guardare in faccia. La voce era l’unico metro di misura per distinguerci e riconoscerci.

Per i primi cinque- dieci minuti sono stata male. Avevo addosso una forte sensazione di claustrofobia. Mi sentivo soffocata, oppressa. Ero nel panico perché non potevo controllare la situazione, non potevo stare attenta a cosa stava succedendo intorno a me. Non potevo vedere.
Poi però, pian piano, mi sono calmata. Ho chiuso gli occhi, ho respirato e ho iniziato ad abbandonare l’idea del controllo visivo. Dovevo cambiare tattica, non potevo contare su quello. Così ho iniziato anche io ad esplorare il tavolo, mi sono messa a cercare l’acqua, il bicchiere, il piatto. Ho iniziato a toccare tutto perché toccando potevo abituarmi alle distanze, capire dov’erano le cose e avere un, seppur minimo, controllo su ciò che mi circondava.
E con il tatto, ho iniziato ad acuire anche il mio udito. Cercavo di capire da dove venissero le voci, di chi potevano essere, quanto lontane o vicine fossero. E mi sono concentrata sempre di più su quelle della coppia seduta al nostro tavolo. Abbiamo iniziato a parlare tra di noi, a conoscerci e a distrarci a vicenda.
Perché quando non puoi limitarti ad osservare quello che ti sta attorno, il silenzio diventa ancora più pesante. Allora in quei momenti parlare, dialogare diventa fondamentale.

Insomma, un poco alla volta abbiamo iniziato tutti quanti ad ambientarci e a parlare e muoverci con una certa naturalezza.
Tra una chiacchierata e l’altra i camerieri hanno iniziato a servirci. Ma l’arrivo del cibo nei nostri piatti ha portato con sé un nuovo ostacolo: capire cosa ci fosse dentro. Perché anche stavolta i camerieri si limitavano a portare le pietanze e lasciavano che fossimo noi a capire in cosa consistessero.
Parlando personalmente, è stata una prova davvero dura, questa. Perché con il cibo sono un po’ particolare, molte cose non le mangio. Quindi non poter vedere cosa ci fosse nel piatto e non poterlo sapere in anticipo mi spaventava un po’.
Ma come potevo fare? Nessuno mi diceva niente e io non avevo modo di vedere.
Non mi restava che toccare. Toccare e annusare.
Ed è esattamente quello che ho fatto. Ho iniziato a mettere la mano nel piatto e a toccare il cibo per “ispezionarlo”. E laddove non capivo, mi mettevo ad annusare nella speranza di riuscire a riconoscere qualche odore.
Probabilmente detto così non sembra una bella immagine, però..  Com’è che si dice? La necessità aguzza l’ingegno. E quando altro non puoi fare, ricorri a tutti i mezzi possibili per sopravvivere. D’altronde, è innata, nell’uomo, la capacità di adattamento volta alla propria sopravvivenza. Ed è in occasioni come questa che ognuno di noi se ne può rendere conto veramente.
E alla fine, in un modo o nell’altro, siamo riusciti a mangiare tutto, acuendo anche le nostre papille gustative per capire a quali sapori andavamo incontro.

Quando siamo arrivati al dolce, i camerieri hanno acceso le luci e per la prima volta abbiamo potuto osservare la sala in cui eravamo stati per tutto quel tempo e le persone che erano con noi.
Ovviamente le nostre percezioni erano completamente sbagliate e distorte. Molti di noi sono rimasti sbalorditi dalla differenza tra quello che avevano ipotizzato che fosse e ciò che realmente era.

C’è una cosa che mi preme mettere in evidenza.
Ovvero il fatto che, nel buio di quella stanza, i camerieri non vedenti che ci servivano si muovevano con agilità. Era il loro ambiente. Erano a casa. Mentre eravamo noi partecipanti i portatori di handicap.

Bisogna prestare attenzione alla differenza tra deficit ed handicap:
– il deficit è usato per definire la condizione soggettiva e personale di chi, a causa di un evento traumatico o morboso, abbia subito una menomazione della propria sfera biologica o psichica con conseguente minorazione organica.
– l’handicap, invece, esprime la situazione oggettiva di difficoltà in cui viene a trovarsi il portatore di deficit nel processo di integrazione nella comunità, che è organizzata secondo standard di potenzialità o di prestazioni considerate normali, ed è evidentemente dipendente da un rapporto spazio-temporale.

Quindi, mentre un deficit è difficilmente annullabile, in quanto situazione soggettiva, non è una malattia dalla quale si può guarire, ma è uno scompenso o una imperfezione stabile; l’handicap, in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione, può essere aumentato, ridotto o anche annullato.

Nel caso della cena il nostro handicap inizialmente era molto alto. Non sapevamo come muoverci, cosa fare, da cosa iniziare. Ma pian piano l’abitudine e il senso di adattamento ci hanno permesso di diminuire questo senso di disagio e farci muovere con più naturalezza.

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Ho pensato di raccontare la nostra esperienza perché a me ha lasciato tanto.
Anche se all’inizio ero turbata e spaventata, mi  è bastata la durata di una cena per farmi trovare un modo alternativo di affrontare la realtà. Molto spesso pensiamo che la vista sia tutto. Tendiamo ad idealizzare così tanto questo pensiero, che tutti gli altri sensi vengono messi da parte e trascurati. Eppure il toccare, l’udire e l’odorare, così come anche l’assaporare, sono funzioni altrettanto importanti. Ma quanto ci facciamo realmente caso? Quanto tocchiamo davvero? Quanto ascoltiamo? Quanto respiriamo? Quanto gustiamo? Diventano tutti gesti automatizzati e senza valore.

Chiudere gli occhi per un po’, nuotare nel nero, mi ha permesso di entrare in maggiore contatto con me stessa e con i miei sensi. E di conseguenza di avere maggiore controllo sul mio corpo e sulla mia mente.
Se non hai la vista a farti da supporto, il corpo devi iniziare a sentirlo. A percepirlo.
Mentre la tua mente devi saperla ascoltare.
Le distanze si accorciano, e capirsi diventa un po’ meno complicato.

È un po’ quello che succede quanto la notte ci ritroviamo al buio nel nostro letto. A molti, forse, la cosa potrebbe fare paura. Guardarsi dentro non è mai facile. Ma se si supera questo primo ostacolo iniziale, i nostri confini si ampliano e siamo in grado di accogliere un numero sempre maggiore e più preciso di percezioni e sensazioni.
Ecco, è proprio a questo che mi ha portato la mia esperienza di questa cena al buio. Si sono spalancate di fronte a me nuove aspettative.
E se non ci credete, provate a farlo anche voi a casa. Organizzate un incontro al buio con persone che conoscete poco. Chiudete un po’ i vostri occhi e provate a muovervi. Vedrete come cambieranno le vostre prospettive.

Pensateci.

Miriana C.

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